di Laura Dotti

È difficile trovare una definizione calzante per la proteiforme parola mito. Secondo quanto dice Vico, “il mito è inaugurazione del mondo umano”: in esso si ritrova il principio dello sviluppo storico dell’umanità, in quanto getta le basi del sapere, come forma originaria di conoscenza e di espressione accessibile ai primi uomini, attraverso un linguaggio poetico, pienamente umano e intuitivo.

Il mito è mnemostoria generata dalla parola che crea ed evoca.

Un labirinto è la difesa a volte magica di un centro, di una ricchezza, di un significato. Penetrare in esso può essere un rituale iniziatico, come si vede grazie al mito di Teseo. Questo simbolismo costituisce il modello di qualsiasi esistenza la quale, attraverso una quantità di prove, avanza verso il proprio centro, verso se stessa.

Mircea Eliade

 

Quando si discorre del mito la mente non può non rivolgersi istintivamente al mito del labirinto. È interessante scoprire ciò che si cela dietro a questa “fiaba”: Teseo, dopo essere giunto dall’Attica a Creta, precisamente a Cnosso, sconfisse, con l’aiuto della principessa cretese Arianna e del suo famoso filo, il Minotauro, essere dalla testa taurina e dal corpo umano rinchiuso nel Labirinto, al quale ogni nove anni venivano sacrificati sette fanciulle e sette fanciulli ateniesi. Per leggerne il profondo significato non va dimenticato che per i Greci, la fiaba è mito, e tale racconto non è fine a se stesso.

Kerényi1, nel suo bellissimo saggio Nel labirinto, parla della costruzione di Dedalo come di un mistero che «deve essere sperimentato, venerato: deve entrare a far parte della nostra vita» attraverso la mētis, la saggezza. Il filologo avverte sempre la necessità della compenetrazione tra noi e il mito perché questo si sveli e ci parli. O meglio canti.

Come sempre, nello svelamento di misteri che provengono dall’antichità è la lingua, con le sue incrostazioni di vita e sedimentazioni del tempo, a venirci in aiuto. Molti studiosi si cimentarono nella ricerca dell’esatta etimologia del vocabolo greco labirinthos. La svolta si ebbe con la decifrazione del Lineare B2: attraverso questa scoperta si accertò l’esistenza della parola da-pu-ri-to-jo associata alla parola po-ti-ni-ja che significherebbero «alla Signora del Labirinto», cioè Potnia la divinità ctonia (qui a lato un’immagine della dea dei serpenti minoica, proveniente da Cnosso, del 1600 a.C.). Ne consegue che, con una certa probabilità, il significato del labirinto è da ricercarsi nella seguente equazione:

laura = miniera, cava, “tunnel scavato nella roccia”.

Il labirinto originario doveva essere dunque oscuro e sotterraneo e perciò, probabilmente, era solo una caverna naturale, utilizzata dall’uomo per compiervi dei riti religiosi. Cos’era dunque il misterioso Labirinto di Cnosso?

Il tempio di Cnosso, apparentemente asimmetrico, doveva essere una costruzione orientata non verso l’esterno e verso l’alto, ma verso l’interno e verso il basso, verso le profondità della terra. La divinità principale che veniva adorata nel labirinto era la Grande Madre, la Potnia appunto, la dea delle grotte: identificata come regina del Regno dei defunti, e quindi della morte, essa è nel contempo anche matrice della fertilità, grembo che genera la Vita e divinità a cui erano sacri la colonna e i serpenti.

Un vaso di miele per tutti gli dei, 
un vaso di miele per la Signora del Labirinto3

Ma non è tutto. La figura cardinale del mito del Labirinto è, come noto, Arianna (“la molto sacra”) o Aridela (“la molto luminosa”): Arianna è la dea del labirinto, la divinità che protegge, che illumina la via di chi si inoltra all’interno di esso (Teseo). Il labirinto altro non è che la rappresentazione del Regno degli Inferi, ma ancor più dell’idea mitologica della morte che racchiude in sé l’idea della vita. Rispecchierebbe, quindi, un percorso di iniziazione (Teseo sarebbe dunque l’iniziato che deve sconfiggere il Minotauro, il proprio mostro interiore), che fa “uscire” l’individuo dal tempo storico e lo traspone nel “tempo fondatore”, l’illud tempus, il tempo sacro, delineando così un pellegrinaggio che ha un rapporto fondamentale con lo spazio sacro delle caverne silenziose e tenebrose dove si incontra l’assoluto, la verità, la conoscenza.

…se siamo Minotauro, siamo anche il vittorioso Eroe solare (Teseo)4. Anche a noi, Eros (Arianna)5 ha fatto avere un lungo filo che ci condurrà fino al mostro e quando lo avremo vinto con la nostra spada lucente, quel filo ci farà tornare alla luce e lasceremo indietro, nella oscurità eterna, il corpo ormai immobile della bestialità debellata. L’amore ci condurrà sino in fondo, sino alle ultime caverne nascoste dei nostri sentimenti meno umani e, uccisa l’animalità, ci farà tornare sotto il cielo lucente. Quale simbolo più bello di questo? (Santarcangeli)

E così Teseo esce dal Labirinto e scopre la Verità.

Scopre che, dopo aver esplorato ogni angolo del labirinto, si è ritrovato al punto di partenza. E il punto di partenza e d’arrivo sono sempre Arianna. Il filo non è altro che il cordone ombelicale che unisce l’uomo alla caverna imprescindibile, genitrice: l’utero materno, nel cui interno il nascituro vive uno stato di beatitudine al quale l’uomo vuole e deve ritornare. La Terra genera e accoglie. Ecco, quindi, che il labirinto, oltre a rappresentare il Regno degli Inferi, è il simbolo dell’alveo materno.

Ma Kern si spinge oltre e individua nelle sequenze dei tracciati della danza la forma originaria nella quale per la prima volta si manifestò l’idea di labirinto. Le figure di Arianna e Teseo sono legate proprio dalla danza, la più primordiale tra le forme d’arte: attraverso di essa l’uomo si fonde con l’universo, si può affermare allora che il labirinto prima di essere edificio, fosse un movimento, una danza per l’appunto. Il mito narra che a Delo Teseo effettuò per la prima volta la geranos o “movimento della gru”, che imita la sinuosità del labirinto. Tale danza è compiuta da una catena di danzatori che stringevano tra le mani una corda e compivano un movimento verso sinistra per entrare nel labirinto, avvicinandosi alla morte, e un movimento verso destra all’uscire dal labirinto per riconquistare la vita, per ri-nascere6.

La geranos era legata all’aspetto ciclico della prova del labirinto e deve probabilmente il suo nome alla gru, che è un uccello migratore7; essa, almeno in origine, doveva significare non soltanto “danza alla maniera delle gru”, ma anche “la danza del tempo in cui volano le gru”, doveva aver, dunque, luogo in autunno, durante una festa di lutto per Arianna8. Kerényi ricorda che l’elemento femminile è strettamente connesso con la danza, la nascita e la fune, e che i testi antichi menzionano danze simili in onore di Artemide, Britomarte9, Persefone, tre dee che hanno a che fare con la nascita, con la morte o con entrambe contemporaneamente.

Il labirinto è, indubbiamente, un fulcro generatore di pensiero da non meno di 4000 anni fino a oggi: l’archetipo “labirinto” appartiene alla sfera del mistero che evoca, il problema che si pone è se il labirinto traduca o meno un bisogno comune a tutta l’umanità. È molto probabile che la Creta minoica (III-II millennio a.C.), sede di una sviluppata e viva società matriarcale poi soppiantata dalla più “razionale” società patriarcale greco-ateniese, fosse il luogo d’origine di questa “idea” diffusasi successivamente in altre parti del mondo grazie a quella che Kern definisce una situazione “labirintogena”.

La primordialità dell’immagine del labirinto che viene dalla spirale, simbolo costante dovunque l’uomo cominci a tracciare i suoi segni, sia che rappresenti il grembo femminile, sia che si materializzi nel movimento di una danza o nelle vie tortuose di una caverna, lascia l’impronta sinuosa che certi serpenti disegnano sulla sabbia. Un simbolo d’eternità da cui non si può prescindere per leggere, in miti vecchi come il tempo, l’importanza generatrice e viscerale del femmineo in un costante ma riequilibrante conflitto con l’elemento maschile.

Note
1. Károly Kerényi, illustre filologo romeno, studiò il mito come “scienza” e dedicò saggi agli archetipi della mitologia greca.
2. La scrittura cuneiforme in cui erano redatti alcuni antichi testi micenei.
3. Questa frase misteriosa, tracciata nella scrittura lineare B su una tavoletta di terracotta rinvenuta a Cnosso dall’archeologo inglese Arthur Evans, fu decifrata nel 1952 dal filologo (anch’egli inglese) Michael Ventris. La tavoletta minoica probabilmente risale al 1400 a.C.
4. N.d.r.
5. N.d.r.
6. Kerényi e Fanelli (nel suo Labirinti) parlano del fenomeno della levitazione che sperimenterebbero i danzatori: ecco spiegata l’esigenza di una corda (il filo) per restare ancorati a terra. Emerge così anche il nesso tra il labirinto e il volo e quindi le gru; Dedalo conosceva due mezzi per uscire dalla sua terribile costruzione: il filo e il volo.
7. Nei reperti compare frequentemente la figura di uccelli associati ai labirinti.
8. Arianna si sovrappone alla figura di Persefone, a cui l’assimila la periodicità con cui queste divinità vivono in parte sulla terra in parte negli Inferi.
9. Britomarte è la figura corrispondente ad Artemide nella cultura cretese, ma la si potrebbe definire anche una figura cretese di Persefone.

Riferimenti bibliografici
Jan Assmann, Mosè l’egizio. Decifrazione di una traccia di memoria, Adelphi, Milano, 2000.
Maria Cristina Fanelli, Labirinti. Storia, geografia e interpretazione di un simbolo millenario, Il Cerchio, Città di San Marino, 1997.
Károly Kerényi, Nel Labirinto, Bollati Boringhieri, Torino, 1983
Hermann Kern, Labirinti. Forme e interpretazioni. 5000 anni di presenza di un archetipo, Feltrinelli, Milano, 1981.
Paolo Santarcangeli, Il libro dei labirinti. Storia di un mito e di un simbolo, Frassinelli, Milano, 2005.